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Articolo stampato dal sito https://carlocarraro.org
Cambia il mondo, cambiano le relazioni internazionali

Tags: cambiamenti climatici, relazioni internazionali  |   Data: 11 Novembre 2019  | Nessun commento

Il mondo sta cambiando e sta cambiando rapidamente. I driver di questo cambiamento sono molteplici. Il cambiamento climatico è certamente uno dei principali, ma non l’unico. Demografia, tecnologia, disuguaglianze, scarsità delle risorse e migrazioni sono elementi chiave dei cambiamenti anche nelle relazioni internazionali, nella stabilità sociale e nello sviluppo economico.
La dinamica delle future relazioni internazionali dipende quindi da una vasta gamma di fattori tra loro intrecciati: dall’innovazione tecnologica alla concentrazione delle risorse finanziarie, dalla distribuzione del reddito ai cambiamenti climatici. Fattori la cui interazione rende il mondo più rischioso e più instabile.
Comprendere e modellizzare queste interazioni è fondamentale per progettare politiche per la gestione del rischio. Ad esempio, per realizzare politiche mirate a gestire gli effetti dei cambiamenti climatici abbiamo bisogno di tecnologie per migliorare la produttività agricola o per rendere disponibili acqua ed energia a una popolazione in crescita, così come di informazioni accurate per prevenire disastri naturali ed eventi estremi. Dall’altro lato, nel progettare politiche che affrontino e riducano le cause del cambiamento climatico dobbiamo prevedere l’evoluzione di un nuovo sistema energetico, una trasformazione culturale dei consumi e città diverse, animate da sistemi di trasporto sostenibili.
Tutti questi cambiamenti, trasformazioni e transizioni hanno un impatto sugli equilibri geopolitici, sulle migrazioni, sui fenomeni di urbanizzazione e sulla crescita economica, con relative implicazioni sull’occupazione e sul benessere.

 

Conflitti globali
Gli impatti dei cambiamenti climatici modificheranno la disponibilità delle risorse in varie regioni del mondo. È quindi probabile che si verifichi l’emergere di nuovi conflitti, indotti dalla scarsità d’acqua, ad esempio, o dalla mancanza di cibo, perché le mutate condizioni climatiche sposteranno la produzione di colture in aree diverse da quelle abituali. La scarsità di risorse indurrà spostamenti sia in termini di produzione, in particolare nel settore agricolo, sia in termini di persone, che si muoveranno in cerca di lavoro e sicurezza alimentare. Tali fenomeni migratori saranno essenzialmente interni, perché concentrati nelle regioni più vulnerabili e più povere, con il risultato di aumentare il numero di conflitti interni e regionali nei paesi in via di sviluppo, un fenomeno che può già essere osservato. Destabilizzando le regioni più povere del mondo, i cambiamenti climatici aumenteranno l’instabilità globale, poiché i poteri politici ed economici cercheranno di aumentare la propria influenza su queste regioni (fornendo ad esempio infrastrutture o armi). Lo sviluppo economico dei paesi in oggetto sarà messo a repentaglio, con conseguenze negative sulla domanda e sulla crescita globali, che dipendono in modo decisivo da uno sviluppo stabile ed equilibrato nelle regioni meno favorite (quelle che attualmente stanno crescendo più di ogni altra, sostenendo così la crescita economica in tutto il mondo). Risulta quindi fondamentale studiare come i cambiamenti climatici influenzeranno i conflitti e, allo stesso tempo, come i conflitti aggraveranno gli impatti dei cambiamenti climatici (ad esempio riducendo la capacità di adattamento in molte regioni).

 

Disuguaglianze interne ed esterne
Influenzate dai fenomeni legati al clima che cambia, le disuguaglianze interne ed esterne sono un altro importante fattore di cambiamento. Le disuguaglianze esterne, in particolare quelle tra i paesi, si sono progressivamente ridotte negli ultimi decenni, grazie alla globalizzazione. Al contrario, le disuguaglianze interne sono aumentate in quasi tutti i paesi del mondo. Il 10% più ricco della popolazione possiede una quota sempre maggiore del reddito e della ricchezza globali. Una quota che è raddoppiata negli ultimi tre decenni, creando così una situazione di scontento e frustrazione nelle classi medie di molti paesi (questo fenomeno caratterizza quasi tutti i paesi sviluppati e i principali paesi in via di sviluppo). Questa situazione è all’origine dell’instabilità sociale e politica sia nelle regioni sviluppate che in quelle in via di sviluppo. Partiti populisti e nazionalisti stanno guadagnando sostegno, non solo in Europa, mentre riemergono dittature e conflitti nei paesi in via di sviluppo. Le disuguaglianze determinano inoltre forti concentrazioni nei mercati e una domanda economica in lenta crescita. Tutti questi fenomeni sono inaspriti dai cambiamenti climatici che riducono le opportunità di reddito per le classi basse e medie (anche se questo effetto può essere in parte mitigato dal progresso tecnologico).

 

Migrazioni e cambiamenti demografici
La popolazione sta crescendo e crescerà fino alla fine del secolo, quando raggiungerà i dieci miliardi di persone. Tre miliardi in più di abitanti aumenteranno la pressione sulle risorse naturali del pianeta e sulle infrastrutture, in particolare nelle città che, entro il 2050, ospiteranno circa l’80% della popolazione totale. Questo cambiamento richiede una riprogettazione delle città per offrire un benessere sostenibile a grandi agglomerati di cittadini, tenendo anche conto dei cambiamenti tecnologici in corso (come le auto a guida autonoma, che avranno implicazioni sulla proprietà delle auto, sulla necessità di parcheggi, sulle stazioni di servizio che saranno inutili, ecc.; oppure i droni, che influenzeranno le consegne urbane e il trasporto delle merci). L’aumento della popolazione aggraverà anche la pressione sulle risorse naturali ed economiche, rendendo ancora più difficile sopravvivere ai cambiamenti climatici nelle aree più vulnerabili. La mancanza di risorse, i conflitti e l’aumento della popolazione indurranno grandi fenomeni migratori (la Banca Mondiale stima 134 milioni di migranti entro il 2040). Una prima ondata di migrazioni sarà prevalentemente interna, interessando le città dei paesi in via di sviluppo; la seconda sarà internazionale, con grandi effetti sulle aree più ricche del mondo. Ancora una volta, il cambiamento climatico è una delle cause, ma le capacità di adattamento, lo sviluppo e quindi le emissioni saranno a loro volta influenzati dai fenomeni migratori.

 

Sviluppo economico
Tutti questi cambiamenti, trasformazioni e transizioni hanno un impatto sugli equilibri geopolitici, sulle migrazioni, sui fenomeni di urbanizzazione e sulla crescita economica, con importanti implicazioni sull’occupazione e sul benessere. Il cambiamento climatico può essere visto come un motore di instabilità e perdite economiche, ma allo stesso tempo offre importanti opportunità di business che stimolano la crescita. La transizione verso un nuovo sistema energetico sta già attraendo importanti investimenti, con le energie rinnovabili rese sempre più convenienti dallo sviluppo tecnologico. Anche la riprogettazione delle città e delle infrastrutture di trasporto, guidata nuovamente dall’evoluzione tecnologica e dai relativi cambiamenti nelle abitudini di consumo, attrarrà importanti investimenti, insieme all’adattamento delle zone costiere, della produzione agricola e delle infrastrutture turistiche. Questi investimenti, abbinati a un’innovazione in rapida evoluzione, potrebbero essere il motore di una crescita economica nuova e sostenibile, con effetti positivi sull’occupazione.

 

Politiche
Di fonte alle trasformazioni in corso, il ruolo della politica diviene sempre più rilevante nell’indirizzare le scelte degli investitori, le strategie degli imprenditori e i modelli di consumo. È fondamentale fornire agli investitori segnali e regole adeguati. Ed è cruciale elaborare politiche che aumentino la velocità di transizione per evitare effetti irreversibili sulle risorse naturali, in particolare le foreste e gli oceani, creando allo stesso tempo reti di sicurezza per coloro che saranno influenzati negativamente dalle trasformazioni in essere, sia digitali che ambientali, come ad esempio i lavoratori impiegati nel settore dei combustibili fossili e, più in generale, i lavoratori poco qualificati.
Poiché molte delle trasformazioni in corso hanno una dimensione globale non possono essere affrontate da un singolo paese in modo autonomo. La risposta ai problemi prima descritti richiede una forte cooperazione internazionale, la condivisione e l’ottimizzazione elle risorse, una comune visione sulle strategie da adottare. Sovranismi e populismi vanno quindi nella direzione sbagliata. L’interesse dei singoli paesi si fa accentuando l’integrazione con quelli più prossimi e rafforzando la collaborazione con tutti gli altri.


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