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Home » Argomenti » Cambiamento climatico » Clima ed energia, la svolta americana?

Articolo stampato dal sito https://carlocarraro.org
Clima ed energia, la svolta americana?

Tags: cambiamenti climatici, efficienza energetica, energia, mitigazione, USA  |   Data: 6 Gennaio 2013  | Nessun commento

img1Il 77% degli americani ritiene che i cambiamenti climatici debbano essere una priorità nelle politiche nazionali. La percentuale sale al 92% quando si parla di energia pulita. I dati emergono dal rapporto Public Support for Climate and Energy Policies, un’indagine svolta dallo Yale Project on Climate Change Communication tra agosto e settembre 2012, ovvero un paio di mesi prima delle elezioni americane, e pubblicata nel mese di novembre: forse, se i due candidati avessero conosciuto queste percentuali durante la campagna elettorale, la parola clima non sarebbe stata così evitata nel dibattito. E’ servito infatti l’uragano Sandy a sciogliere il ghiaccio e a riportare il tema dei cambiamenti climatici al centro della politica, per lo meno nei discorsi di Obama.

Poco dopo il passaggio di Sandy, il Presidente degli Stati Uniti, nella sua prima conferenza stampa post-elettorale, identificava i cambiamenti climatici e l’energia come una delle priorità del suo secondo mandato, per portare a termine ciò che la sua amministrazione non era riuscita a concludere nel primo, quando aveva fallito l’introduzione di una legislazione a livello federale per la riduzione dei gas serra.

Tuttavia, la rotta americana per quanto riguarda la mitigazione delle emissioni non sembra essere fuori controllo. Nel 2009, alla deludente COP15 di Copenhagen (la quindicesima conferenza delle Nazioni Unite sul clima), gli Stati Uniti si erano impegnati  a conseguire entro il 2020 una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 17% rispetto ai livelli del 2005. Secondo il recente discussion paper “US Status on Climate Change Mitigation” di Resources for the Future, gli Stati Uniti non sono lontani dall’obiettivo: il Paese è sulla buona strada per conseguire una riduzione del 16,3% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2020. Le proiezioni di Resources for the Future risultano ottimistiche sulla base di tre fattori, primo fra tutti la regolamentazione dei gas ad effetto serra ai sensi del Clean Air Act, la legge federale gestita dall’Environmental Protection Agency (EPA) per la regolamentazione delle emissioni di gas serra che ne permetterebbe una riduzione del 10,5%. Un ulteriore calo del 3,3% potrebbe essere indotto da misure per l’efficienza energetica e dai trend dei prezzi relativi dei combustibili, che spostano l’attrattiva dal carbone al gas naturale per la produzione dell’energia elettrica. Infine, un’ulteriore riduzione del 2,5% potrebbe derivare da misure di mitigazione subnazionali, come il mercato cap and trade della California e di altri Stati del nord est, l’imposizione di standard per la produzione di energia da fonti rinnovabili in 29 stati e di standard per l’efficienza energetica in 24 stati.

Tuttavia, se gli impegni di riduzione delle emissioni sembrano alla portata della nuova amministrazione Obama, le proiezioni vedono gli Stati Uniti incapaci di far fronte agli impegni finanziari presi nell’ambito dell’accordo di Copenhagen insieme agli altri Paesi sviluppati, con i quali si sono impegnati a mobilitare, entro il 2020, 100 miliardi di dollari l’anno da forme di finanziamento pubbliche e private per sostenere la mitigazione e l’adattamento nei Paesi in via di sviluppo.

Sul fronte energetico, la direzione che intende percorrere Obama è quella dell’indipendenza dalle importazioni di energia da fonti fossili. Per farlo, non si limita ad aumentare gli investimenti in energie rinnovabili ed efficienza energetica, ma mira ad aumentare la produzione nazionale di gas naturale e petrolio. L’oro nero, sotto la sua amministrazione, ha infatti raggiunto il massimo di produzione degli ultimi 14 anni, riducendo la dipendenza dall’estero a meno del 50% e gli USA, che ad oggi ne sono i principali consumatori, ne saranno anche i primi produttori entro il 2020.

Se la rotta verso la riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra permetterà agli Stati Uniti di rispettare gli impegni presi, è importante sottolineare che il potenziale di ulteriore azione per gli Stati Uniti rimane molto alto: come emerge dalla Figura 1, nel 2011 le emissioni pro capite degli americani (4.7tC/p) erano oltre il doppio di quelle dell’UE (2.0tC/p) e della Cina (1.8tC/p) e otto volte quelle dell’India (0,5tC/p). Ed è questo dislivello, cui si appellano i Paesi in via di sviluppo, uno dei principali ostacoli al raggiungimento di un accordo nei negoziati internazionali sul clima. Ed e’ un dislivello che puo’ essere facilmente ridotto se solo la politica americana fosse dotata di una maggior visione verso il futuro e di una maggior attenzione verso le generazioni future. Da qualche settimana, anche le generazioni presenti sembrano esserne convinte.

Emissioni medie pro-capite (2011)

Emissioni medie pro-capite (2011). Fonte: Global Carbon Budget 2012

 

Maggiori informazioni:

  • “US presidential election: a chance for climate change?”, Climate Policy Watcher, ICCG:  http://www.climate-policy-watcher.org/?q=node/428
  • Discussion paper “US Status on Climate Change Mitigation”, Dallas Burtraw and Matt Woerman, Resources for the future (ottobre 2012): http://www.rff.org/Publications/Pages/PublicationDetails.aspx?PublicationID=22073
  • “Public Support for Climate and Energy Policies in September 2012”, Yale Project on Climate Change Communication (13 novembre 2012)
  • Time to Confront Climate Change, editoriale New Yoork Times (27 dicembre 2012): http://www.nytimes.com/2012/12/28/opinion/time-to-confront-climate-change.html?hp&_r=3&
  • International Energy Agency, “World Energy Outlook 2012” (12 novembre, 2012): www.worldenergyoutlook.org
  • Global Carbon Budget 2012, Global Carbon Project (3 dicembre 2012): http://www.globalcarbonproject.org/carbonbudget/12/files/CarbonBudget2012.pdf

 

 


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