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Home » Argomenti » Cambiamento climatico » Il terreno è pronto…

Articolo stampato dal sito https://carlocarraro.org
Il terreno è pronto…

Tags: 2014, cambiamenti climatici, COP, IPCC, parigi 2015, ricerca  |   Data: 26 Dicembre 2014  | Nessun commento

Siamo ormai al termine del 2014 ed è tempo di bilanci. Ci troviamo nel cuore di uno dei periodi più attivi e decisivi della storia della scienza del clima e delle politiche climatiche. Dopo anni di stagnazione e di gioco al ribasso nell’azione per il clima, qualcosa si sta muovendo: il 2015 sarà un anno decisivo per le decisioni che i governi dovranno prendere, senza più tardare, per controllare le emissioni di gas ad effetto serra. Un anno ricco di appuntamenti importanti, ultimo dei quali la COP di Parigi a Dicembre 105, a cui il mondo della ricerca ha risposto preparando il terreno con un grande numero di studi e ricerche.

Quest’anno è stato infatti concluso e reso pubblico in ogni sua parte il Quinto Rapporto di Valutazione IPCC, in cui il mondo della ricerca fa chiarezza sul clima che cambia, sui suoi impatti e sulle possibili azioni per farvi fronte. A fronte di questa grande quantità di risultati inequivoci nell’indicare i pericoli a cui stiamo andando incontro, in questi ultimi mesi abbiamo visto muoversi anche il mondo della governance del clima: prima l’Europa con il suo 2030 Climate and Energy Policy Framework e poco dopo i due principali emettitori mondiali, Stati Uniti e Cina, con il loro accordo bilaterale di controllo delle emissioni. Passando per il Climate Summit di New York, dove sono stati presi impegni importanti sul piano finanziario per investire in tecnologie e infrastrutture adeguate a ridurre le nostre emissioni, fino alla COP20 di Lima, conclusasi in questi giorni, ultimo importante gradino prima della decisiva COP21 di Parigi.

In questo contesto, e sulla scia di quanto contenuto nel V Rapporto IPCC, la ricerca sul clima che cambia e sulle necessarie politiche climatiche ha premuto negli ultimi mesi sull’acceleratore per offrire quanta più conoscenza e solide valutazioni possibili ai policymakers che stanno lavorando all’accordo di Parigi.

Quattro recenti importanti rapporti offrono strumenti utili non solo a capire cosa significheranno i cambiamenti climatici per i nostri sistemi socio economici, ma soprattutto a meglio indirizzare tempi e risorse della politica del clima.

 

TDTHDal rapporto della Banca Mondiale Turn Down the Heat: confronting the new climate normal emerge in particolare la necessità di aumentare gli sforzi in termini di adattamento ai cambiamenti climatici. Anche adottando misure significative e urgenti di mitigazione, siamo infatti destinati ad un aumento della temperatura media di 1,5 gradi a metà secolo, con tutti gli impatti che ne derivano. Mentre ci allontaniamo dalla possibilità di un futuro entro i 2°C di aumento della temperatura (obiettivo che – come recentemente affermato da Thomas Stocker nella Lecture introduttiva della Società Italiana delle Scienze del Clima –risulta ancora tecnicamente raggiungibile, ma è purtroppo politicamente ed economicamente irrealistico), ci si deve preparare agli impatti e ai rischi di un mondo che sta rapidamente cambiando anche dal punto di vista climatico.

Come sottolineato dal V rapporto IPCC, se si continuasse sulla traiettoria attuale, si arriverebbe a +4°C di incremento della temperatura (raggiungendo nel giro di soli 3 decenni la massima concentrazione di gas serra consentita se si volesse rispettare l’obiettivo +2°C a fine secolo). Più realisticamente, le azioni che i vari paesi stanno mettendo in atto ci collocano su una traiettoria di incremento tra 2.5°C e 3°C a fine secolo.

Il rapporto della Banca Mondiale fa un interessante confronto tra gli impatti associati ad un riscaldamento del clima di 0.8°C, 2°C e 4°C, dimostrando ancora una volta che più diamo spazio ai cambiamenti climatici, maggiori saranno i rischi per lo sviluppo, maggiore sarà la crescita della povertà e delle disuguaglianze. Vivere in un mondo a +0.8°C o a +4°C e’ molto diverso: nel secondo caso, ondate di calore senza precedenti colpirebbero in misura differenziata le diverse regioni del mondo, interessando il 70-80 % del Medioriente e del Nord Africa, dell’America Latina e dei Caraibi, e il 55% del territorio Europa-Asia Centrale coperto dal rapporto[1].

Insieme ai cambiamenti previsti nelle precipitazioni, l’agricoltura risentirà notevolmente del riscaldamento del clima (anche se ci si limitasse ai +2°C di incremento), il che comporterà una riduzione del 30-70% del rendimento della soia in Brasile, e del 50% del frumento in Brasile, America Centrale e Caraibi. Di acqua si parla soprattutto in termini di innalzamento del livello del mare e di inondazioni, ma non va dimenticato l’enorme valore del servizio offerto dagli oceani dal punto di vista ecosistemico e, di riflesso, economico. Pensiamo ad esempio al valore dei coralli in termini di protezione delle coste, ospitalità alla vita marina e turismo: se si vuole preservare almeno il 10% dei coralli, dice la Banca Mondiale, la temperatura media non dovrebbe eccedere i +1,5°C.

 

WEOMa il grado e mezzo di incremento e’ oramai consolidato nelle concentrazioni gia’ in atmosfera e i due gradi, dicevamo, rappresentano un obiettivo probabilmente irrealistico a fine secolo, dato la traiettoria prevista dei futuri consumi energetici. Come emerge da un secondo importante rapporto, il World Energy Outlook 2014 dell’International Energy Agency, che per la prima volta offre proiezioni al 2040, la domanda energetica mondiale è in decisa crescita (+37% al 2040, concentrata proprio in Asia, Africa, Medio Oriente ed America Latina), nonostante crescita economica e crescita della popolazione siano caratterizzate da una minore intensità energetica rispetto al passato.

Nel 2040, il mix energetico mondiale sarà quasi ugualmente distribuito tra petrolio, gas, carbone da un lato e fonti a basso contenuto di carbonio dall’altro. Per ogni barile di petrolio che non viene più consumato nei Paesi OCSE, dice il rapporto, due barili in più verranno richiesti dai paesi non-OCSE. ll trend di crescita del consumo di petrolio, sebbene in rallentamento, non preoccupa solo per l’intensità di carbonio associata al suo utilizzo, ma anche per una questione di sicurezza energetica, data la dipendenza da un numero limitato di produttori e l’esposizione del mercato agli equilibri geopolitici. E’ invece incoraggiante a livello globale il percorso del gas naturale, inteso come fonte energetica di transizione verso un’economia verde, che nel 2030 diventa la fonte principale nel mix energetico OCSE. L’abbondanza del carbone rende difficile frenare la crescita della domanda (+15% al 2040), guidata dalla Cina, che raggiungerà il 50% dei consumi mondiali del combustibile, per vederli ridurre dopo il 2030.

Il quadro è chiaro e rende evidente il troppo piccolo peso delle fonti a basso tenore di carbonio. Ma il quadro può essere migliorato dalle politiche climatiche ed energetiche che saranno messe in essere nel breve periodo. Dato il ruolo cruciale dei Paesi in via di sviluppo nella crescita della domanda di energia, la finanza per il clima, uno dei temi clou dei negoziati di Lima, gioca un ruolo fondamentale nella costruzione di una crescita più verde attraverso investimenti in innovazione, trasferimento tecnologico ed efficienza energetica, oltre che nell’adattamento ai cambiamenti climatici.

Una buona notizia viene da un terzo importante rapporto, World Population and Human Capital in the 21st Century (IIASA), secondo il quale la popolazione raggiungerà il suo picco (9,4 miliardi, contro i 7,3 di oggi) nel 2070. Il che e’ sicuramente uno dei fattori che ci aiutera’ nel rallentare la produzione di gas ad effetto serra.

 

UNEPInfine, sottolineo il rilievo di un quarto rapporto da poco uscito, l’Emissions Gap Report 2014 dell’UNEP,  nel quale viene esaminata la distanza che ci separa dalla traiettoria delle emissioni che ci metterebbe al riparo dai principali rischi dei cambiamenti climatici in corso. Il V Rapporto IPCC, la cui sintesi e’ stata approvata da tutti i governi delle Nazioni Unite a settembre 2014,  aveva evidenziato che, per rispettare l’obiettivo dei due gradi, il picco delle emissioni globali dovrebbe essere raggiunto entro il 2030 e le emissioni stesse dovrebbero azzerarsi tra il 2070 e il 2090. Secondo quanto emerso finora, senza sforzi urgenti nella riduzione delle emissioni, non sarà possibile raggiungere il picco così rapidamente, e più si ritarda l’azione, più sara’ necessario ricorrere ad emissioni negative (rimozione dei gas dall’atmosfera) verso fine secolo. Cosa per la quale non siamo per nulla pronti.

Secondo l’Emissions Gap Report 2014 dell’UNEP, guardando alla realtà degli impegni presi dai diversi Paesi (il riferimento è per ora agli impegni di riduzione delle emissioni presi a Copenaghen – COP15 con riferimento al 2020), non solo tali impegni non sono sufficienti a rispettare l’obiettivo due gradi, ma sono pochi (Brasile, Cina, EU28, India, Russia) coloro che si trovano sulla giusta traiettoria per rispettare gli obiettivi auto-impostisi (cio’ dipende ovviamente anche dal fatto che alcuni obiettivi non sono per nulla ambiziosi…).

E’ auspicabile che gli obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni che costituiranno la base del nuovo accordo post-2020 di Parigi 2015 siano più ambiziosi ed efficaci e siano affiancati da adeguate politiche che consentano agli stati di rispettarli. Alcuni sono già stati resi noti, ma il quadro completo lo avremo nella prossima primavera e solo allora si potrà valutare l’emission gap al 2030, che tuttavia, dimostra l’UNEP, è ancora colmabile con il potenziale di riduzione delle emissioni a disposizione (soprattutto sfruttando importanti miglioramenti nell’efficienza energetica gia’ ora possibili).

 

Impegni nazionali di mitigazione ambiziosi, più spazio all’adattamento e impegni finanziari rilevanti e concreti. Questo e’ quanto emerge come necessario dai rapporti sopra citati e, non sorprendentemente, corrisponde ai temi chiave delle negoziazioni in corso. Le scienze del clima hanno raggiunto una maturità tale da essere in grado di indicare con chiarezza gli obiettivi da perseguire, oltre che suggerire gli strumenti per farlo in modo poco costoso e fornire le adeguate motivazioni per stimolare un intervento urgente. Mentre la ricerca prosegue per ridurre le incertezze, spetta al mondo della policy passare all’azione.

 

[1] Albania, Bosnia Herzegovina, Kazakhstan, Kosovo, the Kyrgyz Republic, the former Yugoslav Republic of Macedonia, Montenegro, the Russian Federation, Serbia, Tajikistan, Turkmenistan, and Uzbekistan.


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