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Home » Argomenti » Cambiamento climatico » La finanza per il clima

Articolo stampato dal sito https://carlocarraro.org
La finanza per il clima

Data: 23 Giugno 2014  | Nessun commento

Il tema dei cambiamenti climatici non è solo un tema ambientale. E’ piuttosto una questione di rilevanza economica che riguarda le prospettive di crescita in tutte le regioni del mondo, l’uscita dalla poverta’ nei paesi in via di sviluppo, un attento utilizzo delle risorse per evitare di penalizzare le future generazioni, il tutto all’interno delle relazioni internazionali tra gli Stati. Ovviamente in questo complesso insieme di interdipendenze economiche, il mondo della finanza gioca un ruolo decisivo.

Sebbene non esista ancora una definizione comunemente accettata di climate finance (finanza per il clima), questa solitamente comprende gli investimenti in iniziative, progetti, infrastrutture per la mitigazione dei cambiamenti climatici (ad esempio, investimenti in tecnologie a basso contenuto di carbonio, in energie rinnovabili, in efficienza energetica, ecc) e trasferimenti finanziari verso Paesi in via di sviluppo, soprattutto ma non esclusivamente per porre in essere misure di adattamento ai cambiamenti climatici. Questo post e’ dedicato ad esaminare la rilevanza che la finanza può avere per sostenere gli investimenti necessari per fronteggiare i cambiamenti climatici presenti e futuri.

 

Climate Finance nell’ultimo Rapporto IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Con il suo Quinto Rapporto di Valutazione, completato e reso pubblico di recente, è la prima volta che l’IPCC dedica un intero capitolo (il capitolo 16 del terzo volume) all’argomento, la prima volta che la comunità scientifica internazionale guarda in modo approfondito alla dimensione degli investimenti finanziari necessari per transitare verso un’economia a basso contenuto di carbonio. In particolare, l’IPCC si focalizza sugli investimenti verso azioni di mitigazione indicando che, per mantenere l’aumento della temperatura al di sotto della soglia dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, servono ingenti investimenti globali nel settore energetico, pari a circa 1.200 miliardi di dollari all’anno. Inoltre, dal 2010 al 2030 gli investimenti nei combustibili fossili dovrebbero diminuire del 20% rispetto ad uno scenario senza politiche di mitigazione, mentre quelli in energia a basso contenuto di emissioni (nucleare, rinnovabili ed impianti con cattura e stoccaggio di CO2) dovrebbero aumentare di 147 miliardi di dollari all’anno in combinazione con un aumento di 336 miliardi di dollari in investimenti annuali in efficienza energetica nel settore dei trasporti, dell’edilizia e dell’industria (Figura 1). Infine, l’IPCC indica che la deforestazione potrebbe essere ridotta del 50% rispetto ai trend attuali grazie ad investimenti pari a 21-35 miliardi di dollari annuali. 

Immagine1

Figura 1. Variazione degli investimenti medi annuali negli scenari di mitigazione 2010-2019. Fonte: Capitolo 16, WG 3, AR5, IPCC (2014)

Una stima dei finanziamenti necessari è sicuramente buon punto di partenza, ma esistono diverse questioni aperte sul tema della finanza per il clima: dove trovare i finanziamenti necessari? Chi dovrebbe mobilitarli: il settore pubblico o quello privato?

 

A che punto siamo. Ad oggi, i flussi finanziari indirizzati verso azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici sono pari a 343-385 miliardi di dollari all’anno a livello globale, il 95% dei quali va alla riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra (la cosiddetta mitigazione). La parte di questi flussi che va verso i Paesi in via di sviluppo è stimata tra i 39 e i 120 miliardi di dollari all’anno. Di questi, i finanziamenti pubblici sono pari a circa 35-49 miliardi di dollari mentre quelli privati internazionali a 10-72 miliardi di dollari.

 

Public-private partnership. In molti Paesi, il settore privato svolge dunque un ruolo centrale nel finanziare azioni di mitigazione e di adattamento[1]. Questo settore tende però ad investire in Paesi con un mercato di capitali ben sviluppato, in cui la regolamentazione è chiara, i poteri delle istituzioni ben definiti, con bassi costi di transazione e segnali di prezzo stabili. Paesi quindi con un rischio paese ed un rischio valuta basso. Tali rischi risultano frequentemente alti nei Paesi in via di sviluppo, dove vi è un’alta necessità di investimenti, soprattutto in azioni di adattamento. Gli interventi pubblici da parte di governi e banche nazionali ed internazionali, volti ad incoraggiare gli investimenti privati, sono quindi di fondamentale importanza. Adeguate partnership tra settore pubblico e settore privato aiutano a mobilitare risorse finanziarie e capitale umano (competenze) e a creare un ambiente adatto ad attrarre investimenti privati grazie all’ instaurazione di un quadro regolatorio chiaro e stabile. Infine, la condivisione del rischio attraverso partenariati pubblico-privati è molto importante, soprattutto nel caso degli investimenti verdi, che spesso necessitano ingenti finanziamenti iniziali e soffrono di un periodo di ritorno dell’investimento più incerto e lungo. Il settore privato può essere vulnerabile a causa della relativa immaturità delle tecnologie, dei mercati e delle imprese e dell’incertezza sulle politiche climatiche nazionali ed internazionali. Il settore pubblico ha quindi in questo contesto il ruolo importante di garante della bancabilità dei progetti verdi. I governi europei, in testa quello inglese, stanno sperimentando modalità per attrarre investitori istituzionali, tra cui i fondi pensione, che hanno a disposizione ingenti risorse e un livello di rischio inferiore al mercato.

 

I fondi finanziari dell’UNFCCC. In ambito UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), i Paesi industrializzati, appartenenti all’Annex II, hanno finanziato i Paesi in via di sviluppo con quasi 10 miliardi di dollari tra il 2005 e il 2010. Tra il 2010 e il 2012, i finanziamenti per il clima di breve periodo (fast start finance) sono stati pari a 10 miliardi di dollari all’anno. I finanziamenti di lungo periodo (long-term finance) prevedono invece l’istituzione del Green Carbon Fund (GCF) gestito dalla Banca Mondiale per mobilizzare 100 miliardi di dollari entro il 2020 per la mitigazione e l’adattamento. Nonostante alcuni aspetti formali del GCF (inerenti a come ricevere ed allocare i fondi) siano stati risolti durante lo scorso incontro in Corea del Sud (18-21 maggio 2014), i Paesi industrializzati devono ancora mettere sul tavolo le cifre effettive di quanto saranno disposti a finanziare. Queste informazioni saranno indispensabili alla luce del nuovo accordo sul clima a Parigi nel 2015, dato il ruolo fondamentale dei trasferimenti finanziari nell’aumentare la partecipazione su larga scala ad un’azione climatica globale.

 

Le rendite dal carbon market. Alle risorse mobilizzate da questo ed altri fondi si aggiungono i potenziali proventi derivanti dal mercato dell’anidride carbonica. L’IPCC identifica i proventi dell’allocazione attraverso un’asta dei permessi ad emettere, o quelli derivanti da una possibile carbon tax, come una forma di entrata pubblica volta a finanziare investimenti in mitigazione ed adattamento. Inoltre, dare un prezzo alle emissioni, riducendo così il tasso di rendimento di investimenti ad alto tenore di carbonio, renderebbe maggiormente attraenti gli investimenti in tecnologie verdi.

 

La finanza per il clima attira il mondo del business. Nonostante le barriere esistenti, lo stesso mondo del business sembra muoversi verso la finanza per il clima. E’ notizia recente, ad esempio, che Google abbia investito 100 milioni di dollari per finanziare impianti ad energia solare, finanziamento che fa parte di un progetto di investimento di 250 milioni di dollari. Inoltre, la stessa Google ha annunciato che comprerà 407 megawatt di energia eolica. E sono più di 6000 i fondi di private equity nati con l’obiettivo di investire in attività relative ai cambiamenti climatici, come i fondi Etica sgr, Ambienta sgr, e Private Equity Partners sgr nati in Italia.[2]

 

Per concludere, la climate finance evidenzia la necessità di impostare politiche climatiche lungimiranti, dotandole delle risorse adeguate o di adeguati meccanismi che incentivino i privati a mettere a disposizione tali risorse, oltre che definendo i finanziamenti di azioni di adattamento e mitigazione nei Paesi in via di sviluppo. Trovare le risorse finanziarie per aiutarli a ridurre le emissioni di gas serra e per sostenere i loro piani di di adattamento è l’annosa questione al centro dei negoziati internazionali sul clima. Il tema è di grande rilievo e riceverà sempre maggiore interesse, soprattutto in vista dei nuovi accordi internazionali sul clima di Parigi (2015). In preparazione a questo appuntamento, l’ICCG sta impostando un nuovo focus per le proprie attività di ricerca: “Low Carbon Finance” sarà infatti il nuovo hot topic ICCG, che raccoglierà materiale innovativo e spunti utili sul tema della finanza a favore di investimenti bassa intensità di carbonio.

 


[1] L’IPCC riporta che, per la mitigazione, il settore privato ha contribuito con 267 miliardi di dollari all’anno, rappresentando circa il 74% (nel 2011) e il 62% (nel 2012) dei finanziamenti complessivi per il clima.

[2] Per maggiori informazioni si veda il Workshop on Public-Private Partnerships: a focus on Energy Infrastructures and Sustainable Growth, organizzato da ICCG, Università Ca’ Foscari, Venezia e MP3 dell’Università Bocconi tenutosi a Venezia il 9 Maggio 2014.


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