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Home » Argomenti » Da Parigi a Marrakech, il mondo un po’ è cambiato

Articolo stampato dal sito https://carlocarraro.org
Da Parigi a Marrakech, il mondo un po’ è cambiato

Tags: Accordo di Parigi, COP22, Marrakech, politiche climatiche  |   Data: 7 Novembre 2016  | Nessun commento

paris-marrakechA quasi un anno dal successo dei negoziati per il clima ospitati lo scorso anno nella capitale francese e conclusisi con l’adozione dell’Accordo di Parigi il 12 dicembre 2015, il mondo è già un po’ cambiato.

Da allora, 191 Parti hanno firmato l’Accordo di Parigi, di cui 175 Parti presso la sede delle Nazioni Unite di New York il 22 aprile, giorno di apertura alla firma del trattato e Giornata Mondiale della Terra: mai un così cospicuo numero di Paesi firmò un trattato internazionale in una stessa giornata, in uno stesso luogo, sotto uno stesso tetto[1].

Ma firmare, lo sappiamo, non basta. L’Accordo prevede la sua entrata in vigore un mese dopo la sua ratifica da parte di almeno 55 Paesi, responsabili di almeno il 55% delle emissioni globali di gas serra. In molti si sarebbero aspettati di vederlo entrare in vigore nel 2020, ma questo é accaduto ben prima[2], e precisamente il 4 novembre 2016, a pochi giorni dall’inizio della COP22, la ventiduesima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (Marrakech, Marocco, 7-18 novembre 2016). Questo successo è stato reso possibile dal recente raggiungimento delle due condizioni per l’entrata in vigore:

  • la prima “soglia” è stata superata (con la ratifica di 60 Parti) il 21 settembre, in occasione di un evento speciale convocato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon presso la sede delle Nazioni Unite di New York in cui i leader di tutto il mondo sono stati invitati a depositare i propri strumenti di ratifica, accettazione, approvazione o accesso al Paris Agreement;
  • la seconda “soglia” è stata superata il 5 ottobre, giorno in cui si è raggiunta una copertura del 58,82% delle emissioni grazie alle ratifiche dell’Unione Europea e di diversi suoi stati membri (Austria, Francia, Germania, Malta, Ungheria, Portogallo, Slovacchia), della Bolivia, del Canada e del Nepal.

Ma questo e’ solo un primo importante passo. Come illustra la mappa “Paris Agreement Tracker“ del World Resource Institute, aggiornata in tempo reale con lo stato dell’arte rispetto al traguardo, siamo oggi ad un totale di 83 Parti che hanno firmato l’Accordo, responsabili del 60,79% delle emissioni globali[3]. Molti ancora mancano. E soprattutto molti Paesi non hanno ancora adottato le politiche per implementare l’Accordo.

 

 

Quindi, nei fatti, a che punto siamo? Cos’è cambiato e cosa è maturato nei mesi intercorsi tra l’adozione dell’Accordo il 12 dicembre 2015 e la sua entrata in vigore? Quali sono gli avvenimenti a cui vale la pena di prestare maggiore attenzione e che direzione si sta disegnando per il prossimo futuro?

 

Record infelici e record di consapevolezza

Mentre gli stati del mondo ragionano sul come rendere concrete le azioni necessarie a rispettare gli obiettivi stabiliti nella capitale francese, le emissioni crescono e i cambiamenti climatici si intensificano.  Dopo il 2014 e il 2015, conclusisi l’uno dopo l’altro come l’anno più caldo dall’inizio delle misurazioni (1880), pare che il 2016 segnerà il nuovo record. Secondo la NASA, i primi sei mesi l’hanno già fatto, con una temperatura media di 1,3 gradi centigradi rispetto alla fine del 1800. Guardando all’estensione dell’Artico, cinque dei primi sei mesi del 2016 hanno segnato il record della minima estensione mensile del ghiaccio dal 1979 (inizio delle misurazioni).[4]

A fianco dei cambiamenti ambientali, il consenso internazionale per un’azione congiunta espressosi nell’Accordo di Parigi (arrivato al culmine di un anno, il 2015, che ha posto il clima al centro della scena) ha giocato il suo ruolo nel far maturare la coscienza del problema. Lo dimostra, come a rappresentare un record di consapevolezza, l’undicesima edizione del The Global Risks Report 2016[5], che vede per la prima volta i cambiamenti climatici e il fallimento di azioni di mitigazione e adattamento tra i maggiori rischi del prossimo futuro. Il rapporto si basa su interviste a 750 decisori ed esperti delle comunità multistakeholder del World Economic Forum  provenienti dai mondi dell’accademia, del business, della società civile e del settore pubblico, chiamati a valutare 29 rischi globali di carattere sociale, tecnologico, economico, ambientale e geopolitico.

 

Verso i 2 gradi?

L’obiettivo di mitigazione del Paris Agreement è quello di contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, perseguendo sforzi per limitarla ad 1.5°C.

Un’analisi di Carbon Brief,[6] riassunta nella grafica video qui riportata, stima che cinque anni di emissioni ai livelli attuali sarebbero sufficienti a consumare la quota di carbonio concessaci se vogliamo avere il 66% di probabilità di contenere l’aumento delle temperature entro un grado e mezzo[7]. Accontentandoci, più realisticamente, di un aumento di due gradi, l’orizzonte temporale per la stessa probabilità sale a vent’anni.

 

 

Con i tempi così stretti, non resta che chiedersi in quale futuro ci proietta la somma degli impegni presi da ciascun Paese a Parigi.

Lo scorso maggio, l’UNFCCC ha pubblicato il nuovo rapporto di sintesi sull’effetto aggregato dei contributi nazionali programmati[8] (NDCs – Nationally Determined Contributions). Il rapporto, che rappresenta un aggiornamento rispetto all’ultima sintesi di ottobre 2015, comprende gli NDCs di 42 ulteriori nazioni, arrivando a coprire il 95,7% delle emissioni globali. Senza sorprendere, il report conferma l’incoerenza degli attuali impegni nazionali con l’obiettivo di contenere l’incremento delle temperature entro due gradi (e tanto più entro il più ambizioso limite del grado e mezzo). Il perchè lo spiego con altri sei esperti del campo nel recente rapporto The Truth About Climate Change[9]: se tutti gli NDCs fossero rispettati, le emissioni globali al 2030 sarebbero di circa il 30% superiori rispetto al livello necessario per contenere l’aumento della temperatura media entro i 2 gradi.

Con queste conferme, risulta sempre più importante il “processo” istituito con il Paris Agreement. Quel processo che rappresenta la parte vincolante dell’Accordo, il quadro all’interno del quale disegnare soluzioni per raggiungere l’ambizioso obiettivo che ci si è comunemente posti. Un quadro che si è iniziato a disegnare lo scorso maggio a Bonn e che continuerà a Marrakech e nei negoziati a venire, all’interno del quale le iniziative nazionali si concretizzeranno e all’interno del quale questi impegni, ad oggi non ancora sufficienti, diventeranno sempre più ambiziosi (con aggiornamenti quinquennali). La scienza supporterà la politica in modo sempre più rilevante, grazie al coordinamento dei lavori dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) con il processo di “Global Stocktake” (il processo di revisione dello stato di attuazione dell’accordo, che vedrà la prima revisione al rialzo degli NDCs nel 2018 e, successivamente, ogni 5 anni) previsto dall’art. 14 dell’Accordo.

 

Non solo mitigazione: altri gap da colmare

Secondo l’Adaptation Finance Gap Report dell’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, i costi dell’adattamento ai cambiamenti climatici dei Paesi in via di sviluppo sono stati finora sottostimati: tali costi potranno essere compresi tra i 140 e i 300 miliardi di dollari all’anno fino al 2030, e tra i 280 e i 500 miliardi di dollari all’anno fino al 2050, con le precedenti stime della Banca Mondiale che li posizionavano tra i 70 e i 100 miliardi annuali per il periodo 2010-2050.

Questi numeri evidenziano ulteriormente l’urgenza di colmare il gap finanziario esistente per poter rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. La finanza per il clima è uno degli ingranaggi fondamentali per far funzionare l’Accordo, come evidenziato da Barbara Buchner, direttore esecutivo della Climate Policy Initiative, anche nel contesto dei negoziati di Bonn, in occasione del Workshop on long-term climate finance (18 maggio 2016). Abbiamo chiesto a Barbara di riassumere in un breve video l’influenza dell’Accordo di Parigi sull’agenda della finanza climatica e quali siano le strategie per colmare il gap che ancora ci allontana dal dire raggiungibili gli obiettivi di Parigi, sia in termini di adattamento che di mitigazione. Guarda la videolezione (in inglese):

 

 

Qualcosa si muove

Come abbiamo visto, in virtù della struttura dell’Accordo di Parigi, il futuro delle temperature è in mano all’azione concreta dei singoli Paesi, chiamati ad agire attraverso politiche nazionali per raggiungere gli obiettivi espressi da ciascuno ed aumentarne progressivamente l’ambizione.

La strada da fare è molta, ma non si può dire che le cose siano stagnanti: nel corso dell’ultimo anno, quel sottobosco di piccoli passi e iniziative che coinvolgono ogni attore e ogni settore pare aver accelerato. Dalla legge francese contro lo spreco alimentare di febbraio all’inaugurazione, in Marocco, di Noor1, il primo lotto di quella che – quando sarà conclusa nel 2018 – sarà la centrale solare più grande al mondo. Dal nuovo Climate Change Action Plan della Banca Mondiale, che prevede l’allocazione del 28% dei suoi investimenti in progetti legati ai cambiamenti climatici, tenendo conto del riscaldamento globale in tutti i suoi futuri investimenti, all’annuncio di J.P. Morgan, che, aggiungendosi ad altre numerose istituzioni finanziarie, non finanzierà più nuove miniere di carbone. Dal tredicesimo Piano Quinquennale cinese, che pone innovazione e sviluppo sostenibile tra le priorità dei prossimi anni per il gigante asiatico, al lancio della Coalition for Urban Transitions al Climate Action summit di maggio a Washington – una partnership internazionale mirata ad assicurare che l’azione per il clima nelle città sia collegata e integrata nei piani di sviluppo economico.

E non abbiamo osservato solo piccoli passi, ma anche grossi contributi alla mitigazione: a fine settembre, alla trentanovesima Assemblea dell’International Civil Aviation Organization (ICAO), è stato raggiunto un accordo per stabilire un meccanismo di mercato a livello globale per compensare le emissioni del trasporto aereo internazionale. Un grande passo avanti se si pensa che le emissioni del settore parificano oggi quelle annuali della Germania e si prevede consumeranno, al 2050, circa un quarto del budget di carbonio a disposizione per rispettare l’obiettivo di contenere le temperature entro i +1,5°C. A metà ottobre a Kigali, capitale del Rwanda, circa 200 Paesi hanno adottato un emendamento al Protocollo di Montreal per ridurre le emissioni di idrofluorocarburi (HFC), gas serra utilizzati come refrigeranti. Si tratta di un altro grande contributo verso il raggiungimento degli obiettivi posti dall’Accordo di Parigi.

 

I prossimi passi

Mentre l’IPCC è al lavoro per rispettare l’obiettivo di pubblicare, nel 2018, un rapporto speciale sugli impatti di un riscaldamento di 1,5°C, il Marocco è pronto ad ospitare tra pochi giorni la ventiduesima Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). A Marrakech e oltre, l’Ad Hoc Working Group on the Paris Agreement (APA, riunitosi per la prima volta a maggio, a Bonn) lavorerà con il SBI (Subsidiary Body for Implementation ) e il SBSTA (Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice), gli organi sussidiari dell’UNFCCC, occupandosi in particolare di garantire la chiarezza e la trasparenza degli NDCs, oltre che di definire le regole di rendicontazione del raggiungimento degli obiettivi. A Marrakech si terrà anche la prima riunione dei Paesi che hanno ratificato l’Accordo di Parigi (CMA1).

La sfida più grossa è ora quella di rendere l’Accordo di Parigi realtà, a partire dal portare gli NDCs dalla diplomazia all’azione concreta. Con un’entrata in vigore così rapida rispetto a quanto atteso, diversi dettagli operativi sono ancora da definire. Oltre alla loro definizione, finanza e capacity building saranno al centro della scena, coerentemente con la direzione presa dall’Accordo e sottintesa nella sua stessa architettura: agire nel concreto per mitigare i cambiamenti climatici ed adattarvisi, includendo tutti gli attori – i responsabili “di ieri” con i responsabili “di domani” – della scena internazionale.

 

Riferimenti bibliografici:

[1] Il precedente record risale al 1982, quando in 119 firmarono la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare a Montego Bay, in Giamaica, il giorno di apertura alla firma del trattato.

[2] Per le implicazioni di un’entrata in vigore anticipata dell’accordo, si veda l’articolo Paris Agreement: Strengths and Weaknesses behind a Diplomatic Success, Calliari, Elisa, D’Aprile, Aurora and Davide, Marinella, May 2, 2016, Review of Environment, Energy and Economics (Re3), http://dx.doi.org/10.7711/feemre3.2016.05.001

[3] I dati ufficiali delle Nazioni Unite sono aggiornati al link: https://treaties.un.org/Pages/ViewDetails.aspx?src=TREATY&mtdsg_no=XXVII-7-d&chapter=27&clang=_en

[4] 2016 Climate Trends Continue to Break Records, July 19, 2016, NASA: http://www.nasa.gov/feature/goddard/2016/climate-trends-continue-to-break-records

[5]The Global Risks Report 2016, 11th Edition, World Economic Forum, 2016: http://www3.weforum.org/docs/GRR/WEF_GRR16.pdf

[6] L’analisi è basata su dati del Quinto Rapporto di Valutazione sui Cambiamenti Climatici dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC, 2014)

[7] Analysis: Only five years left before 1.5C carbon budget is blown, May 19, 2016, Carbon Brief: http://www.carbonbrief.org/analysis-only-five-years-left-before-one-point-five-c-budget-is-blown?utm_source=Weekly+Carbon+Briefing&utm_campaign=ac40fe19b6-Carbon_Brief_Weekly_200516&utm_medium=email&utm_term=0_3ff5ea836a-ac40fe19b6-303426237

[8] Aggregate effect of the intended nationally determined contributions: an update, May 2, 2016, UNFCCC http://unfccc.int/documentation/documents/advanced_search/items/6911.php?priref=600008946

[9] Watson, R., Carraro, C., Canziani, P., Nakicenovic, N., McCarthy, J.J., Goldemberg, J. and Hisas, L. (2016) The Truth About Climate Change. Fundación Ecológica Universal (FEU)

 

Riconoscimenti:

Alessandra Mazzai ha contribuito alla redazione di questo articolo.


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